Quanti Spread?

Quanti Spread?

Il termine spread è un termine inglese che, letteralmente, significa “divario” ed è semplicemente un numero che identifica il differenziale tra due tassi di interesse.

Si tratta di una delle parole più utilizzate dai media negli ultimi dieci anni. Tutti i giorni – al telegiornale, alla radio, sui quotidiani – si parla di spread, e addirittura sono nate anche delle “app” per gli smartphone, che servono a monitorare l’andamento di questo indice.

Prima di quest’ultimo decennio avevano sentito parlare di spread solo coloro che erano stati dal notaio a contrarre un mutuo e a spiegarglielo era stata la banca, o più probabilmente il broker.

Tuttavia stiamo parlando di due “cose” che, seppur portano lo stesso nome, non hanno niente a che fare l’una con l’altra, o quasi…

In che senso? Molto semplicemente: di spread ne esistono tantissimi, giacché – come detto – nel mondo della finanzia si indica, con questa parola, una mera differenza tra due tassi di interesse. Perciò, nella teoria, ci saranno tanti spread, almeno quante sono le tipologie di tasso di interesse esistenti e soprattutto quante sono le differenze che ci possono interessare.

Tendenzialmente gli spread che ci dicono qualcosa di rilevante per noi, sono due:
1. Lo spread tra il titolo di stato italiano BTP a 10 anni e gli equivalenti titoli pubblici tedeschi BUND
2. Lo spread tra il tasso nominale di un mutuo e l’indice di riferimento (EURIBOR per i mutui variabili ed EURIRS per i mutui fissi).

Allora cerchiamo di comprendere meglio di cosa si tratta:

  • Lo spread tra i due titoli di stato, altro non è che un indice sintetico con il quale – convenzionalmente – si misura lo stato di salute dell’economia di un paese. Cerchiamo di capirne il perché: questo dato viene usato nell’ambito finanziario per indicare la differenza di rendimento tra un’obbligazione e un’altra presa come riferimento. Un’obbligazione è un titolo di debito, ovvero una promessa ufficiale di restituzione di un prestito, più qualcosa per il disturbo. Un esempio di questi titoli sono i titoli di stato italiani (BTP). Il prezzo a cui questi titoli vengono acquistati e gli interessi che guadagnerà chi li compra ne determinano il RENDIMENTO, di cui sopra. Di norma, più tale rendimento è alto, più è ritenuto rischioso.
    In sintesi lo spread può essere definito come il confronto tra un titolo di stato considerato rischioso e un altro ritenuto affidabile. Dal momento che la Germania è il paese del vecchio continente considerato più in salute di ogni altro, da quando è nata finanziariamente e monetariamente l’Europa Unita, esso viene preso come riferimento “ideale”. Dunque più aumenta la forbice tra il tasso dei titoli con i quali un qualsiasi stato finanzia il proprio debito pubblico e il tasso del bund tedesco, tanto minore sarà l’appetito degli investitori istituzionali a finanziarie quel determinato paese. Infatti il termine spread in Italia è diventato di uso comune proprio quando, nel 2011, il rendimento pagato dai BTP e quello pagato dai titoli di stato tedeschi ha raggiunto livello record. Il motivo di questa impennata dello spread fu proprio il timore da parte degli investitori che il governo italiano potesse non essere più in grado di ripagare il proprio debito, e che quindi essi potessero perdere i loro soldi. Chi determina questo spread? Ovviamente ci sono tanti fattori, ma in sintesi si può dire che è il mercato – come sempre – a fare il prezzo: ed ecco perché spesso tale prezzo viene condizionato dalle vicende politiche di un paese, che possono – appunto – condizionare l’appetito degli investitori e dunque della domanda.
  • Veniamo adesso al più “semplice” spread tra il tasso di un mutuo e il suo parametro di riferimento (euribor/eurirs) che è molto più facile da spiegare rispetto al primo: il tasso nominale di un mutuo si determina sommando all’indice di riferimento, che è l’euribor per i tassi variabili e l’eurirs per i tassi fissi, il guadagno della banca, ovvero – appunto – lo spread.
    Esatto, proprio così: nei mutui si può tranquillamente affermare che lo spread è il mark-up, il ricarico, o più semplicemente il margine della banca; se poi a questo aggiungiamo anche le spese accessorie e ricalcoliamo il tasso effettivo, ecco che esce il taeg (tasso annuo effettivo globale), che nei mutui è conosciuto come indice sintetico di costo.

Dunque quando sentiamo dire alla radio che lo spread è aumentato, significa che pagheremo una rata più alta il mese prossimo? Assolutamente no! Soprattutto se si ha un mutuo a tasso fisso, ma neanche se si ha un mutuo a tasso variabile. Lo stesso dicasi al contrario, quando lo spread, come in questi giorni, diminuisce, non significa che – per questo – diminuirà la rata; perché stiamo parlando di due argomenti che – sebbene portino lo stesso nome – sono due cose diverse.

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